sabato 19 novembre 2016

Nulla mi fa bene come la diversità.

L'alba era da poco passata, il mio posto finestrino era piuttosto scomodo, il treno non riusciva a mantenere un andamento rettilineo, spesso gli zaini riposti sulle "cappelliere" saltavano, eravamo tutti attenti a fissarli al meglio per evitare che qualcuno fosse schiacciato dal peso del nostro necessario.
Il finestrino era aperto, come lo è stato per tutto il lungo viaggio che da Mandalay ci ha portato a Hsipaw, poggiare la testa dal lato del vetro non era consigliabile, perchè la natura incontaminata che attraversavamo spesso invadeva lo spazio del treno e, un ramoscello sul viso, anche se a modesta velocità, avrebbe lasciato il segno!

Non ricordo che ora fosse, avevamo passato da poco il maestoso viadotto che riempie le memorie delle macchine fotografiche di tutti quei viaggiatori che scelgono di attraversare quel tratto di Birmania su un treno locale.
Nella tiepida luce dell'alba, in quel viaggio scomodo, quel treno non al passo con i nostri tempi (molto simile ai treni Calabresi per la verità) attraversava i villaggi del nord con le loro case in legno molto simili a palafitte, con i tetti ricoperti da rami secchi di alberi di palma. Intorno a ogni casa c'erano orti e natura rigogliosa, e quando i raggi del sole hanno acceso il canto dei galli, la vita Birmana, come ogni mattina, è ripresa. Uomini e donne a coltivare la terra, chi a lavare i panni, chi a prepare il riso per il curry, tutti con in testa i grandi cappelli a tesa larga per proteggersi dal sole, gli uomini a masticare le foglie di Betel.
 Poi c'erano i bambini, niente di strano vedere dei bambini, e per la verità stavano bene, li vedevo felici e gioiosi, erano bambini insomma! Ma c'era una cosa che quei bambini facevano, qualcosa che mi ha leggermente accellerato i battiti azzionando un meccanismo di salto spazio-temporale. Quei bambini sentivano il treno che stava per passare e correvano incontro a noi passeggeri per salutarci timidamente, col tipico sorriso Birmano.

- Avevo circa 7-8-9-10... anni. Insomma avevo quegli anni li che  avevo in quelle giornate li, e arrivavo a casa da scuola, credo alle 13:30, arrivavo e fuori era primavera e io amavo il sole. Arrivavo e sapevo che di li a poco sarebbe passato il treno che arrivava o andava a Cosenza, quel treno passava proprio dietro casa mia, quindi non potevo non corrergli incontro. Lasciavo lo zaino, correvo fuori, attraversavo l'orto e aspettavo quel momento li in cui il treno passava a una 20ina di metri da me. Io però non salutavo, anzi, fugavo lo sguardo dei passeggeri e li osservavo con la coda nell'occhio, per la timidezza.-


Ecco, mi è ben difficile cogliere le sensazioni di quel momento, perchè le conosco poco, era come essere li e non accorgermene realmente. Sospesa in un intervallo spazio-temporale poco definito. 
Ma la meraviglia del viaggio, quella la sto conoscendo bene, per quel pieno di incontri che mi distendono ogni nervo teso del corpo. Credo che nelle fasi di ogni vita capita di sentirsi a volte esseri assolutamente infiniti, altre volte ingabbiati e vuoti. In ogni caso queste fasi non possono non darmi la certezza che siamo un micromondo e l'esperimento più bello a cui non voglio rinunciare è quello di popolare il mio micromondo di incontri con cui saltare in spazi e tempi.

Loro salutano, io non lo facevo. Nulla mi fa bene come la diversità.




lunedì 21 marzo 2016

Che meraviglia

Che la musica è meraviglia.
Lungi da me quell'atteggiamento positivo di ricerca totale della meraviglia.
In questo periodo di nebbia e disorientamento, in questo mio andamento emotivo sinusoidale, una certezza non mi ha mai abbandonato:
l'assoluta incontrollabile reazione a ogni nota musicale.

Se è vero che sono proprio le sensazioni a ricordarci quanto siamo soli, se è vero che spesso siamo soli anche rispetto a noi stessi, quella sensazione di molteplicità, quel sentirsi totalmente in disaccordo con alcune parti di noi stessi...
"Piacere questa è un'altra te!"

Se è vero che nessuno al mondo può riprodurre neanche per un istante un tuo istante in tutto e per tutto, dalla testa, ai piedi, passando per il torace e attraversando ogni minuscola cellula.

Se è vero quel che è vero e che a raccontarlo non sarebbe vero.

Nonostante tutto è bello sentire che qualcuno ha composto qualcosa che ti fa sentire ciò che vuoi sentire, quella musica fluida che scioglie le tensioni, o che si aggroviglia nello stomaco.
Alcune volte mi sembra di sentire tutta la musica del mondo.
Anche se non fosse vero, o forse non lo è.
Che meraviglia!

martedì 16 dicembre 2014

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Lasciando libera la mano non aveva voglia di scrivere nulla, la penna ruotava su se stessa, movimenti ciclici, costantemente identici. Cerchi, circonferenze imperfette, alcune concentriche, altre secanti, altre lontane e distanti.
Cos'era?
Una pagina di diario, un segno sulle sue paure, trasformare i fogli, da disegni a colori, in disegni in bianco e nero, a poesie, scritti, canzoni, a statiche forme identiche, asettiche.
Cosa c'era?
Immagini e proiezioni, voglie ed eccitazioni, sentimenti univoci e propensioni, futuri figurati, futuri sperati, futuri immaginati. Voglia e consapevolezza, spensieratezza e rischio, coraggio.

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. 


Si trasforma, ma spesso ti perdi dove va a finire.

Cerchi, circonferenze imperfette, alcune concentriche, altre secanti, altre lontane e distanti.

Punti equidistanti da un punto, il centro cambia casualmente, non c'è un modello che lo descriva, la scienza non mi aiuta.


                                le luci, il mio albero differente, semplice. mio, assolutamente mio

Ritrovati. 

giovedì 14 agosto 2014

Una vita da vivere non mi basta, ma è troppa da conservare intatta.

Mi sdraio sul letto che ha incoraggiato le preghiere della sera quando ancora riponevo le mie speranze in qualcosa di ultraterreno, il letto che ha sopportato il peso di pensieri e ansie da adolescente, che ha condiviso notti ad aspettare sms e a scriverne tanti, con quel cuscino deformato dal mio cambiare continuamente posizione nelle notti prima degli esami...
Sono su quel letto che ha sentito le forme del mio corpo cambiare, il mio crescere lentamente, lo stesso letto che forse si è accorto per primo o forse è stato l'unico a percepire l'attimo in cui, senza preavviso, sono diventata una donna.
Si forse c'è stato un attimo preciso in cui lo sono diventata, o un attimo preciso in cui me ne sono accorta.
Da qui la prospettiva mi regala uno scorcio per alcune linee molto offuscato, un panorama dilatato nel tempo, mi capita un po' di saltare fra serate, fra attimi di vita, fra volti... Gli oggetti li ho lasciati su quegli scaffali, l'ordine è intatto, non ho cambiato nulla, non ho archiviato niente, non ho lasciato spazio agli anni che mi hanno vista altrove.
Mi domando se questa staticità nel panorama, che da anni, da questa posizione è sempre uguale, denota una voglia di non dimenticare, la paura di archiviare, insieme agli oggetti, i volti, i suoni e le voci che mi hanno resa quella che sono.
Poi, come sempre, mi alleno a ricordare, a figurare, a riprodurre.
Assaporo il sale sulle labbra da 15enne dopo una giornata in spiaggia, con la sveglia che suonava alle 7, l'autobus che passava alle 8, i panini da fare, gli ombrelloni, tanti ombrelloni da portare, con il corpo che crocca e si colora di rosso.
Mi viene da ridere al pensiero di quei giorni li, fra sole, mare, vicoli di paese, giornate fra campagne, carne alla brace, birre e prime sbornie. Poi ci sono i giorni interminabili di studio per le interrogazioni, e i gruppi a casa prima dei compiti di matematica, e gli esami che si avvicinano e noi ci rassicuriamo girando senza meta in macchine con autisti novelli. Ci sono i pranzi da organizzare, ogni momento da godere, quella sensazione di vivere nel momento più bello della tua vita. Quella sensazione di volerlo tutto, senza sconti, con le preoccupazioni, le paure, con il tuo "non essere pronta!". Poi ripensi a quella casa nel centro storico che vi ha visto dipingere, vi ha visto scrivere le mura, con pavimento instabile, con le nostre iniziali sulle scale, e la lampada a gas per lavare i piatti, e i fornelli incrostati dalle cene del sabato sera.
C'è che la tua vita, per quanto uguale a tutte le altre vite forse, per quanto banale, ti sembra la più bella.
C'è che i film che ti emozionano sono tanti, ma non puoi immedesimarti, perchè io la vita di un altro non la voglio. Perchè non voglio le emozioni di come sarebbe se fosse diverso, perchè vorrei solo mantenermi stretta le emozioni di com'è stato.
Che poi quegli anni li, che restano così indefiniti in me, quegli anni, vorrei che qualcuno li raccogliesse in un film tutto per me. Perchè la sensazione di dimenticare i volti, la sensazione di sotterrarli sotto le quotidiane preoccupazioni mi spaventa.
Una vita da vivere non mi basta, ma è troppa da conservare intatta. La scatola dei ricordi si riempie, e le nuove immagini sono prepotenti.
C'è quella schiena scoperta sullo scooter su via Cristoforo Colombo, c'è quella signora con in mano il bambino, ci sono le aquile nella terra delle aquile, ci sono le dita e le mani che mi hanno stretta, ci sono le corde della chitarra, e ci sono le clave in aria e le gote rosse, ci sono gli striscioni, c'è quel bambino in quella palestra, c'è troppo.... Ma la memoria non mi aiuta.


Una vita da vivere non mi basta, ma è troppa da conservare intatta.

sabato 3 maggio 2014

Non ci sarebbe necessità di difenderla

Se fossi altrove ora, forse sotto quel sole cocente con le onde in sottofondo e quella brezza che mi accarezza i capelli, questo mi basterebbe. Ma c’ero, e c’ero in ogni porta varcata e quei micro mondi che mi aspettavano, c’ero, e come non capitava da un po’ mi travolgevano col loro carico di intensa vita.
Perché è davvero una quantità indefinita tutta quella vita, è davvero un incontro senza tempo ne luogo , non mi fa respirare, quasi affanno, e non è ansia ne stanchezza, è come il momento dopo aver scolato un litro d’acqua di fretta perché la sete ti asciugava il palato, ho bevuto con tutta la fretta che avevo, con tutta la sete che avevo, quella fretta che ho sempre avuto, la fretta nel raccogliere, ascoltare, prendere, forse è ingordigia. Forse.

Perché la vita, proprio quella di tutti gli altri non riesco proprio a scrollarmela di dosso, spesso è un peso, spesso è troppo, spesso è affanno, angoscia, impotenza, spesso e forza. Oggi è forza, mi rigenera, mi ricorda, è per ogni vita che vale la pena esserci, senza sapere, senza conoscere, le parole sono pietre che sporcano il viale, le parole sono recinti che imprigionano l’anima.
Vorrei non dimenticarlo mai, vorrei che quest’affanno restasse sempre così presente, vorrei che le cose fossero così chiare, vorrei che questi micro mondi mi segnassero, perché quest’ingordigia mi ricorda chi sono.


Per ora mi basta, è come aver trovato un po’ di me, è come una sveglia all’alba solo per godersi il sole, è come una notte sveglia solo per ascoltare l’aria che ti circola in corpo.  Sono innamorata, è stata una scintilla la vita, dal primo momento che ho aperto gli occhi l’ho amata, dal primo momento che ho incontrato qualcuno me ne sono accorta, e vorrei… vorrei che ognuno l’amasse, così come la amo io, l’amasse senza scegliere in quale forma, l’amasse tutta, non ci sarebbe necessità di difenderla. 

lunedì 21 aprile 2014

i merletti... i merletti!

Prenderei una montagna di quelle caramelle gommose zuccherate, quelle che mangiavo da piccola incurante degli effetti devastanti del glucosio sui miei denti, le prenderei con la stessa sprezzante noncuranza di un tempo, mi dirigerei verso la musica, calpestando l'erbetta mista a polvere del sentiero sterrato, continuerei a camminare trascurando le persone incrociate per strada, disinteressandomi al mutevole colore delle mie scarpette bianche, non soffermandomi affatto al merletto dei miei calzini indice indiscusso di un'attenzione nel vestire che mai più avrei ritrovato in futuro, dirigendomi impaziente verso la mia meta, gustandomi ogni secondo di quel percorso del quale non avevo interesse a conoscere lunghezze ne la velocità migliore di percorrenza per evitare perdite di caramella, senza sollevare quella piccola nube causa del mutevole colore delle mie scarpette bianche.
Prenderei quella montagna di caramelle gommose con tutto il loro carico di zuccheri e prive di sostanze nutritive, le prenderei e senza pensare alle scarpe o al merletto o al dopo o al prima o al poi, mi dirigerei su quella giostra, perchè non avrei nient'altro da voler fare, ecco mi assumerei la responsabilità del glucosio, della polvere su scarpe e merletti, lo farei perchè quella giostra sarebbe la giusta ricompensa.
Lo farei si, lo farei con tutta quella spensieratezza, con tutta quella decisione, con tutta quella noncuranza, lo farei saltellando e sognando ogni millimetro dalla meta, mi godrei il pensiero del vento sul viso, della piccola adrenalina che ti accompagna in quegli attimi, oh come lo farei!
Oh come lo vorrei!

i merletti... i merletti!

lunedì 2 settembre 2013

Abitare per poi mancare.

E ci saranno i momenti a mancare, e ci saranno i profumi e le abitudini.
Mancherà quel mobile su cui riponi le tre chiavi appena entri in casa, lo stesso che ha visto tutti quei mazzi di chiavi che tempestivamente hai perso, seminando un po' di questi anni per questa città.
Mancherà la tenda da sistemare ogni inizio buona stagione, da ricucine con lo spago, da incollare col nastro adesivo.
Mancheranno i pavimenti bianchi di cucina e bagno a ricordarti quante scarpe ogni giorno attraversano casa tua, quanti ciao giornalieri ti trovi a pronunciare.
Magari troverai un altro letto su cui sprofondare appena rientri a casa imprecando contro questa città, e magari troverai anche un'altra città contro cui imprecare.
E perderai l'abitudine agli odori che riempiono il tuo terrazzo all'ora di cena, e non avrai necessità di spostarti in piena notte sul terrazzo scoprendo il resto delle tue coinquiline accampate lassù a lottare contro il caldo.
E non temerai più le minacce dei vicini psicopatici e i tentativi di scippo davanti al cancello di casa.
Mancherà il mini albero di Natale con le mini luci fatto appositamente per essere più basso della montagna di cianfrusaglie da mettere sotto, le stesse cianfrusaglie che hanno reso più familiare quella città.
E ti mancherà aspettare per ore un 309 che passerà insieme ad altre 2 309!

...e mancherà...

Mettere radici implica tanti mancherà.
Ma nonostante ogni città è diversa da casa, nonostante ogni città è così estranea, alla fine diventa casa.
Ogni casa mancherà
E più case ti fai più mancanze senti...
Allora spesso mi dico, fermati o se scegli di andare resta come in villeggiatura, ma non abitare.

giovedì 9 maggio 2013

proiezioni.

Proiezioni, distanze da abbreviare, luoghi da esplorare, sponde sul quale attraccare...
Ti senti già in nave.

Necessità inspiegabile di nuovo, di lontano, di diverso.

...e navigare e innamorarsi 

'e tutte l'isole mai truvate 


'e tutte e mmusiche mai sentute 

e tutte ddonne scunusciute 

e naufragare cu chist'ammore 

per una sponda sud da scoprire ancora ...

E polmoni che chiedono aria e terra, popoli e mani.
Rubare con gli occhi il mondo.
Ho lasciato spazio per tutto.

Intanto i piedi nudi si inumidiscono di brina verde per farsi sentire e le mani si tingono di polvere per distinguere unghie, linee, polsi.

  [ sfocatamente me. ]

mercoledì 6 marzo 2013

La sera, in alcuni posti.

La sera in alcuni posti sembra di essere altrove, credi e speri che sia solo un'eccezione, quelle sere in quei posti ti accorgi che l'eccezione è che tu ti sia trovato una sera in quei posti, ma quei posti di sera sono sempre così, e tanti altri posti la sera sono così, e tanti altri ancora lo sono anche di giorno.

Ci sono, ho il mio spazio, con intersezione non vuota con gli spazi di altri, ma quest'operazione  fra insiemi non mi è mai dispiaciuta.
Sale un uomo anziano, con un cappello blue in testa e un cappotto rosso lucente, la ragazza seduta si alza per farlo sedere, si accomoda con difficoltà e occupa il posto. China il capo, poi inarca le spalle, e si lascia dondolare dal movimento sussultorio delle ruote sull'asfalto. La sua presenza si fa più prepotente, nonostante non si muova da li, il suo odore comincia a espandersi nell'aria, e non c'è modo di non respirarlo, te lo senti ovunque, come un bagno chimico dopo il concerto del primo maggio, quasi ti aggredisce.
L'aria si riempie di quel tanfo, così ingombrante da spingere le persone a spostarsi, come se occupasse tutto lo spazio intorno, quasi a creare una zona fra quell'uomo e il resto del mondo, una zona inaccessibile, un confine invalicabile.

L'autobus inizia a svuotarsi, si libera un posto qualche metro più in la, mi siedo, ma non riesco a rilassarmi, resto in equilibrio stando attenta a non toccare lo schienale del sedile, ne altro intorno a me.
Tre ragazzi salgono e si dividono, uno nel posto davanti a me gli altri due un po' più in la. Lei non riesce a tenere gli occhi aperti, ne a restare sveglia, lui le parla tentando di non farla collassare, di tanto in tanto le fa qualche verso e lei alza di scatto la testa e apre leggermente gli occhi per poi tornare ad accasciarsi vertiginosamente. Il terzo ragazzo, di fronte a me, gli chiede qualcosa, ma non parlano... sillabano.
Dalla voragine sul lobo dell'orecchio di uno, ormai deformato da un orecchino enorme, vedo la faccia di un marocchino che torna dopo una giornata di lavoro, che li osserva stupefatto, agitando l'indice della mano destra sulla tuta da lavoro sporca e bagnata dalla pioggia.

Tutto intorno a me c'è l'autobus, di quelli lunghi, sembra quasi un treno che trasporta il bestiame. Tutto intorno c'è un mondo, che puzza, che è stanco, che si brucia il cervello, che non ha obiettivi ne mete, che è disperato, che stenti a pensare sia il tuo.

La sera, in alcuni posti, osservi e ti sale il vomito in gola, quella sera, in quei posti, credi che tutto intorno a te c'è chi merita qualcosa di meglio.

lunedì 28 gennaio 2013

aritmico

Ritmo regolare, sistematico, periodico.
Ritmo incalzante, variabile, simmetrico.

La strada col suo ritmo contorto,
il vento col suo ritmo lento,
lo stormo col suo ritmo geometrico,
la formica col suo ritmo frenetico,
il cielo col suo ritmo assordante.

Pensavo che la mia vita seguisse un ritmo,
poi ho pensato che la mia vita avesse un ritmo,
ho creduto in seguito di aver perso il mio ritmo,
per poi convincermi di aver trovato un ritmo,
proponendomi di dettarmi un ritmo nuovo.

Così ho osservato le vite ritmiche 
le ho scrutate, studiate, ascoltate,
per quanto belle e spesso coinvolgenti,
non mi bastano, si esauriscono.

La mia vita è aritmica.
La mia vita mi confonde.







lunedì 10 dicembre 2012

punti di equilibrio instabili.

A volte il dentro arriva fino alla punta della lingua e non si schioda da li, basterebbe un colpo di tosse a scaraventarlo fuori, un colpetto sulla schiena per smuoverlo, un giovane coraggioso ad estrarlo, eppure resta li e non si smuove fino al pronto intervento di squadra di geniglosso, ioglosso, stiloglosso e pataloglosso, che laboriosamente lo impacchettano e rimandano al mittente.
è una grossa fatica, tutto quel lavoro muscolare, eppure è più facile di un veloce e indolore colpo di tosse... La bocca resta asciutta, spesso resta un gusto acre, e la nostalgia di quel sapore di cose vissute troppo, cose così giuste per le nostre papille gustative da esagerare!
Sarebbe così semplice rigurgitarle fresche, giovani e profumate. Fermentano nello stomaco fino a quella sensazione di gonfiore così sgradevole.
Ma quando finalmente il gonfiore passa, non c'è sazietà, ne soddisfazione, forse un po' di nostalgia, solo il rimpianto di aver trasformato il mondo, averlo privato di legami, di forza, di consistenza, averlo lentamente perso così.
E chissà su quella punta cosa poteva accadere.

ci sono punti di equilibrio davvero troppo instabili.

martedì 28 agosto 2012

e brucerei il trono. ...

Credo che ogni uomo dovrebbe avere quel sorriso lì, si penso proprio che ognuno se lo meriti.
Che poi chi ripartisce i sorrisi? Chi sta li a scegliere chi se lo merita e chi no? Ecco il punto, c’è qualcuno che sceglie chi può averlo quel sorriso li e chi non può averlo. Questo è il problema di tutto, c’è sempre qualcuno che sceglie per qualcun altro. Ma se qualcuno che sceglie deve proprio esserci a questo punto penso sia giusto far scegliere ad ognuno chi sceglie per se, così da non potersi lamentare dopo. Io per esempio se dovessi scegliere qualcuno che sceglie per me dovrei rifletterci un po’, non sceglierei mia madre che penserebbe solo al “mio bene”, mi ama troppo per aggiungere un po’ di rischio nella mia vita il che potrebbe diventare monotono, non sceglierei i miei migliori amici perché sono troppo condizionati dalle mie volontà e allora tanto vale scegliere soli, penso proprio che sceglierei il primo bambino incontrato per strada, a mio rischio e pericolo. Uscirei di casa verso le 17:30 percorrerei le strade che portano al parco giochi e li sceglierei il primo bambino e gli metterei nelle mani lo scettro della decisione. Si sarei felice così, almeno sarei consapevole che nella razionalità di un bambino è compresa una massiccia dose di casualità e imprevedibilità, ecco vorrei proprio che sia così, almeno le sue scelte giuste o sbagliate che siano sarebbero aleatorie. Però mi piacerebbe se qualcuno cedesse a me lo scettro della scelta della sua vita, perché in fondo l’idea del potere un po’ ci alletta sempre. La vera debolezza dell’uomo sta nel possedere possibilità, così tante, così disparate da non vederle, una giungla di possibilità nel quale perdersi e non afferrarne nessuna. Così scivolano fra le mani e inciampiamo in quello li che sceglie per noi, quello li a cui però lo scettro non l’abbiamo ceduto noi, quel furbo li che per fortuna o per particolari potenzialità si è trovato sul trono della nostra vita e a volte occupa troni di svariate vite.  Che poi, detto fra noi, fa anche comodo dire di essere distratto o confuso nella giungla così quel furbo li ha tutte le responsabilità, non che a lui interessi qualcosa, ma almeno abbiamo una scusa per giustificare la tristezza della nostra vita e non abbiamo mica intenzione di strappargli lo scettro.
Insomma il dunque è che se io fossi sul trono di svariate vite gli darei quel sorriso li, quello che non mostra tutta la dentatura, quello in cui i muscoli del viso sono rilassati, tipo quando un neonato sorride nel sonno, accennata espressione di paradiso.  Si penso che questo lo distribuirei volentieri, se non altro perché mi renderebbe allegra e serena incontrare tutta gente con quel sorriso stampato sul viso, si penso proprio che poi a un certo punto con quel sorriso potrebbero anche fregarmi lo scettro e io a un certo punto lascerei fare, si sarei davvero soddisfatta del mio operato e brucerei il trono. 

domenica 29 luglio 2012

e mi fa sospirare così.

mi fa girare la testa con quelle sue forme pronunciate, e ne è cosciente, ne è così consapevole che continua a sedurmi lasciando che il vento la scompigli ma non troppo, lasciando che il sole la baci fino a riflettere screpolature e morbidezze di natura, lasciando che possa farmi cullare e massaggiare dalle profondità limpide dei suoi mari, così abitati, così dirompenti e spesso così macchiati di indecenza. Abbonda di umanità, abbonda di sensualità e bellezza, abbonda di crudele intelligenza, perfetta creazione sfregiata solo da puntini in continuo movimento che la violentano, la sbattono, la usano, la violano. Lei si concede e riconcede, ma satura di male rigurgita, e spesso uccide, e spesso si spegne e spesso allontana. Soffre e la sento soffrire, e amo quella sua sofferenza, che è una passione, una via crucis di prove, una sensibilità, è una madre che allatta, accoglie e allatta. Io la amo, come nessuno potrebbe capire, la amo con quelle sue strade così difficili da percorrere, con quelle sue oasi così difficili da raggiungere, la amo con i suoi bagni di sangue, e le sue guerre, la amo con le sue contraddizioni e quella grinta nel rinascere e ricostruire. Io la amo quando tenta di rimediare al male che su di lei si è insediato e ha messo radici, quando copre gli scempi e lascia che il vento ne cancelli le tracce, la amo perchè è madre, è grembo, è culla, la amo perchè semplicemente guardandola do un senso a tutta la mia vita.
Alla mia terra, alla vita che la coltiva.

giovedì 31 maggio 2012

sguardo-sguardo, sorriso-sorriso, saltello-saltello

Incrociare occhi era quello che cercava davanti al gate, senza pensieri lasciando che ogni cosa provocasse una reazione, occhi negli occhi, sorriso... Il primo sguardo andò male, la risposta fu una fuga inaspettata dietro due lunghe gambe, il secondo fu un sorriso accennato e timido, un saluto, il terzo... bè il terzo era lo sguardo giusto! sguardo-sguardo, sorriso-sorriso, saltello-saltello... e una gran festa di saltelli.
Tenersi stretti negli occhi, accarezzarsi di sorrisi, gioire di saltelli, e ancora saltelli fino a perdere il fiato...
Lo sguardo giusto, gli occhi perfetti! Una festa, una cerimonia olimpionica di inizio giochi, un piatto di pasta al sugo al ritorno da una lunga giornata di lavoro, tutto questo era solo una fila davanti al gate.
Ma ai primordi della comunicazione era così che ci si rapportava?
Com'era quando non c'era da scrivere, da digitare, e ancor di più da parlare... quando tutto era fatto di curiosità, una catena di azioni e reazioni, senza poi tante riflessioni.
Com'è quel toccarsi con gli occhi, quel capirsi di espressioni, quel festeggiare di saltelli?
Passo la mano sulla coperta, ruvida, interruzioni di consistenza massaggiano il palmo, i polpastrelli seguono le linee imperfette ma parallele, più liscia la superficie che mi accingo ad esplorare, un foglio cambia le mie sensazioni, freddo, distaccato, distante dal calore della coperta- un corpo a se, sceglie di prendere le distanze - mi induce a tornare sui miei passi, è il ruvido ciò che cerco, la sensazione di presenza di un attrito imponente, che si fa sentire, un attrito flessibile, presente ma non invadente, che si lascia piegare ma che non molla la presa. La mia coperta, un insieme di contatti, presenti, vicini, imponenti e delicati. Un massaggio per le mie mani.
Mi accorgo di avere un filo in bocca, spezza quel gusto amarognolo che resta di un ovetto di cioccolato fondente, ho l'amaro in bocca, ho una presenza insapore in bocca che spezza l'acre, una presenza nel posto sbagliato ma si lascia masticare, un modo per eliminare l'amaro in bocca, non introduce dolcezza, ma come uno spazzino rimuove sapori, per un attimo socchiudo le labbra, lascio che l'aria attraversi gli spazi sottili fra i miei denti imperfetti, il fresco non accentua l'amaro ma lo rende più presente, come se in bocca ci fosse uno strato incrostato di solletico, uno strato di tocchi, uno strato di sapori.
Mi ricordo del filo, il filo delle cuffie che continuano a propinarmi note, me le spediscono direttamente dentro, ad occhi chiusi le sento, le ho in testa, è come se qualcuno mi stesse cantando in ogni canale del circuito del mio cervello, c'è un concerto nella mia testa, eppure posso decidere di spegnerlo, eppure non ha la capienza per tutta questa gente, eppure è vuoto, ma le onde mi attraversano e il loro flusso riempie ogni spazio in testa, quel flusso di segnali riesce a invadere così prepotentemente il vuoto della mia testa... io lo sento, e sento ciò che voglio, e se levo una cuffia e avvicino l'orecchio al palmo della mano l'attrito con la coperta sostituisce il concerto. Sento quando la materia mi parla.
E con gli occhi continuo a scrutare ciò che mi circonda, la stanza che da un anno mi ospita, sembra piena di particolari nuovi, c'è un infinito di punti  sulle pareti di un parallelepipedo.
Mi accorgo di avere le mani sotto il naso quando sento l'odore della mia pelle, da sempre mi accompagna, diverso negli anni ma costantemente presente, è come se fosse vivo, ed è l'unica cosa familiare qui...
L'essenza del mio sentire, del mio essere, del toccare, miscelare, saltellare, scegliere. l'essenza, l'uso simultaneo della base, dei miei pù puri cinque sensi spogliati del resto.
Eppure non so usarli, perche non so reagire alle azioni, perchè non so sentire i più minuscoli odori, ne farmi massaggiare dai più forti attriti, nè lasciarmi solleticare dai più acri sapori, ne riesco a cercare i punti nei punti delle fitte superfici delle comunicazioni.

Mi basta invidiare chi guarda, sorride e saltella.




venerdì 6 aprile 2012

Su un piumone a righe



Tutta una vita da immaginare, su quel piumone a righe, con la testa su un cuscino di piume e l'ansia di chi di fronte ha una pianura enorme. Un punto e infinite direzioni da prendere. Tre punti e tre infinite direzioni da prendere.
Così un giorno di aprile su un piumino a righe ti senti addosso strane sensazioni, la prima la più grande... ti senti davvero l'amicizia addosso. Tre puntini su un piumino a righe, tre puntini su un piumino troppo piccolo per tutti quei sogni.
Ti senti il peso, il peso del futuro, il peso di chiedersi "dove saremo fra un anno?".
Ti senti l'angoscia della mancanza dopo la scoperta. "Ma questa è la condizione stessa dell’esistenza.Farsi primavera, significa accettare il rischio dell’inverno.
Farsi presenza, significa accettare il rischio dell’assenza."
Ti senti l'ansia di questo tempo che scorre così e tu non riesci a fermarlo, non riesci a viverlo tutto, vorresti fare e fare e fare.
Tre puntini con storie diverse, trascorsi diversi, luoghi lontani alle spalle, ma così totalmente uguali in quelle sensazioni.
E per quell'attimo scandito dalle righe del piumino senti di non essere sperduta e sola in quel labirinto che chiamano vita, ci sono almeno altri due puntini li con te a imboccare direzioni, a tornare indietro, a sbagliare e coraggiosamente camminare.
E un abbraccio forte a tre riassume tutto quello che ci accomuna.
E buona strada amiche, compagne, sognatrici.

Ci ho guadagnato il colore del grano.

sabato 10 marzo 2012

Una serenata per te... Caterì..

"...Catarì, Catarì,
Pecchè me dice sti parole amare,
Pecchè me parle e 'o core
Me turmiente Catari?

Nun te scurdà ca t'aggio date 'o core, Catarì
Nun te scurdà!..."

E il cielo in questa notte potrebbe farmi impazzire, e il cielo in questa notte mi avvolge come un mantello, cielo tempestato di brillanti, cielo immenso e silenzioso su questa verde campagna illuminata dal solo chiaro di luna, le spighe si piegano al soffio lieve di questo vento che porta aria di mare in questa notte d'agosto.
le spighe si piegano ad ammirare questo cielo, quest'enorme spettacolo della natura, così muto e melodico, si piegano per goderselo meglio.
E potrei esplodere, il cuore lo sento ovunque, da quando incrociai per la prima volta i suoi occhi, da quando da lontano ci scambiammo un po' di noi senza parole, sfuggendo agli sguardi indiscreti del paese, perché questo amore è così nostro, così silenziosamente magico da non sgretolarlo con inutili parole, da non lederlo tramite frastuoni ma lasciando che si culli al suono delle nostre emozioni.
Un attimo, e gli avrei donato me stessa senza esitazione.
E ora penso che questo cielo avvolge anche lui, e che questo calore, questo principio d'esplosione lo so che ci accomuna, lo sento ed è sempre più vicino.
Così vicino da vederlo, illuminato solo dalla luna, come un film in bianco e nero, si fa spazio fra il grano, attraversa i campi... è lui, è qui, per me.
Eccolo sotto la mia finestra l'uomo della mia vita, eccoti compagno di questo e di mille altri cieli.

La immagino così quella notte che ci hai solo accennato.
Grazie Caterina per la tua bellezza, grazie perché ami ancora come in quella notte.

domenica 26 febbraio 2012

dov'è giustizia? qui non ne vedo.




che la terra ti sia finalmente lieve, come un soffio.

Uomini, persi e spaventati, da vittime a carnefici, da carnefici a vittime, senza identità, così piccoli fragili, solo persi e mai più ritornati.
Non c'è giustizia, non c'è pace.
Rabbia, angoscia, impotenza, solitudine.
Nessuno ci può salvare in questo inferno, nessuno.

Ma la terra che ora ti avvolge, oggi ti protegge, oggi ti riscalda.
Voglio credere che qualunque cosa sia, sia una culla, sia un abbraccio, sia quello che in terra ti è mancato.

agli otre 2000 "morti di carcere" degli ultimi 12 anni
ai morti per mano di quella che chiamano giustizia
a tutte le vite annientate nelle strutture di detenzione
a tutte le vittime delle repressioni
a tutte le vittime di quella che chiamano civiltà.

dov'è giustizia? qui non ne vedo.

mercoledì 8 febbraio 2012

di umana bellezza.



corre sui prati e bianco corallo e pensieri di luglio. sogni di terre libere, sogni di arcobaleni, a ricordare i risvegli gioiosi di primavera, come un pesce libero dalla sua boccia, come un albero dalle forti radici piantato e nulla a scalfirlo.
ritratti dipinti a mano sono i suoi ricordi, colori cangianti stesi con fatica a dedizione, ritratti che prendono vita fra le culle che passano da generazione in generazione, e quel legno che ha la stessa età dei suoi figli quando a dargli comodità era quell'uomo a cui aveva dato la sua vita. Dunque sogni rossi di amore, l'amore di chi si dona incondizionatamente e sopporta umori e malumori, amore di chi resiste alla pochezza materiale di un luogo che trabocca di se stesso.
Aria, questa vita è aria, che gonfia i polmoni e le vele di questo panfilo che non conosce terre, che non teme argini, ma solo andare e andare e solcare i terreni più lontani a distanza nulla dai propri baricentri.
Guardala l'emozione che prende forma come raggi su quel viso, e nessuna vergogna di mostrare pieghe ad ogni sorriso, sono canali che per anni hanno trasportato gocce di quotidianità e oggi trasportano come una biga su territori montuosi chi incrocia quella sua fattezza.
Se non fosse per quei suoi capelli color cenere, potrei pensare che a sfidare tale vento di vita sia una creatura divina, ma nulla è più bello di ogni imperfezione umana, di ogni piaga che con naturalezza racconta questo lungo cammino.
è tingersi di umana bellezza.
e ditelo al mondo che voglio quel viso, quello sguardo, quel delicato sorriso.


(foto di Manuela Antonucci)

lunedì 23 gennaio 2012

Un viso su una macchia

Ogni tuffo a raccogliere purezza, pronta a coprire piaghe, ombre, piano piano, lasciando qualcosa di visibile, un contrasto con ciò che copre, nessuna esitazione, in qualche angolo sfumare, dipingere, coprire, eliminare.
Pieghe, imperfezioni, rughe, da sottolineare o da coprire fino a farle scomparire, e quel volto nuovo prende forma.
E indossarsi nuovamente, fino a non distinguere più il trucco da te, come cucito, come conosciuto, come se fosse te da sempre.
un polpastrello lentamente sfiora quel bianco, arriva al rosso sulle gote, e quel colore da ritoccare da sfumare, da cercare.
Ma tu chi sei davvero?
e non ti distingui più.

mercoledì 4 gennaio 2012

così ci sbeffeggia la vita.

Sottili granelli che si mescolano, e il vento impetuoso senza tregua, senza pietà sceglie per ognuno.
Che senso ha scegliere, che senso ha il deserto, le oasi e il mare da arginare, che senso ha l'argilla, la pietra, che senso hanno le strade con incroci orgogliosi dei loro punti interrogativi.
La vita sceglie da se, e non la puoi controllare.
La vita sceglie sempre maledettamente ciò che vuole.
Perché la vita è così, se ne fotte di ciò che vuoi tu, la vita è egoista, si dona e ti mostra la bellezza del mondo, per poi togliertelo quando vuole.

Perché poi ci da gli attimi ma non ci da la forza per coglierli, ci da i sogni ma non ci da gli strumenti per realizzarli, ci da gli altri ma non ci dà la capacità di relazionarci. Così ci sbeffeggia la vita.